Correva l’anno 1992, il 31 luglio, in piena estate, governo e parti sociali firmavano il protocollo per la “Politica dei redditi, lotta all’inflazione e costo del lavoro”, passato alla storia come l’accordo di luglio: “In una situazione economica e finanziaria che rischia di aggravarsi ulteriormente, accentuando elementi già forti di debolezza e di instabilità, il Governo ritiene essenziali una immediata azione di freno dell’inflazione e una significativa riduzione del disavanzo statale”. L’obiettivo dichiarato era quello di rispettare i famosi parametri di Maastricht e rilanciare lo sviluppo.
In nome del risanamento si avviava una politica dei redditi e di contenimento del costo del lavoro che prevedeva l’aggancio delle retribuzioni all’inflazione programmata attraverso la contrattazione, eliminando ogni forma di indicizzazione dei salari, leggi adeguamento automatico all’inflazione reale o scala mobile che dir si voglia, e con l’introduzione delle prime forme di flessibilità del mercato del lavoro per adeguarsi all’Europa e favorire l’occupazione giovanile (sic!). In cambio il governo si impegnava alla lotta all’evasione ed elusione fiscale e a non aumentare le tasse sui redditi da lavoro dipendente. Era l’inizio dell’era della concertazione tra le parti sociali e la fine del conflitto sociale.
Ma, invece, in questi 19 anni cosa è successo?
È successo prima di tutto che inflazione e tasse si sono mangiate buona parte del reddito dei lavoratori dipendenti e che la contrattazione non è riuscita a difendere il potere di acquisto delle famiglie italiane.
Le retribuzioni nell’era della concertazione, dal 1992 ad oggi, sono diminuite di sei punti percentuali sul Pil, e sono calate dello 0,4%, rivalutate all’inflazione, rispetto a quello che erano nel 1992. Solo nel corso del 2007 il potere d’acquisto è diminuito dello 0,9%. Nello stesso tempo la produttività è cresciuta di un tasso medio annuo superiore dell’1,1% all’aumento delle retribuzioni (del 16,7% dal 2003 al 2006). In questi anni, si è lavorato di più e guadagnato di meno (fonte IRES-CGIL).
Le retribuzioni sono cresciute meno della produttività e l’obiettivo principale della contrattazione è di legare gli aumenti salariali all’aumento dell’orario di lavoro, della flessibilità e della produttività slegandola dalla difesa del potere d’acquisto. Anche perché gli aumenti salariali restano legati all’inflazione programmata piuttosto che a quella reale impedendo il recupero sul costo della vita e la perdita di potere d’acquisto. Infatti, le retribuzioni contrattuali sono cresciute a un tasso più basso dell’inflazione, soprattutto a causa dello scostamento tra inflazione programmata e reale.
In generale il potere d’acquisto delle famiglie dei lavoratori dipendenti è diminuito, mentre sono aumentati i profitti e i guadagni dei lavoratori autonomi e delle imprese.

Cosa è accaduto al potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti?
Sfogliando i dati di Federconsumatori dal 2002 al2007, in6 anni i prezzi e le tariffe hanno subito rincari per 7.635 € per ognuna delle 18 milioni di famiglie di lavoratori dipendenti.
Se Federconsumatori fosse ritenuta di parte, aggiungiamo un commento della Banca d’Italia che in una ricerca del 2008 (e attenzione non siamo ancora in periodo di crisi a quella data) afferma: “Tra il 2000 e il 2006 i redditi delle famiglie (con capofamiglia dipendente) sono rimasti in termini reali sostanzialmente stabili, con un incremento dello 0,3% (media tra due periodi, 2000-2004 e il 2004-2006. Vale a dire, nel periodo 2004-2006 i redditi di queste famiglie hanno mostrato un incremento pari al 4,3% e tale miglior andamento “compensa soltanto in parte la riduzione osservata fra il 2000 e il 2004, mentre le famiglie dei lavoratori autonomi, hanno avuto incrementi del 13,1%”.

Questo mentre l’aumento di produttività si è tradotto in aumento di profitti per l’impresa. Dal 1993 al 2006 i profitti nelle grandi imprese sono cresciuti del 89.5%, del 15% nelle altre industrie, mentre i salari sono aumentati solo del 4,8% (ISTAT).
Il reddito prodotto dal lavoro dipendente, non solo non è andato ai lavoratori, ma non è stato neppure investito in ricerca e sviluppo. Infatti, nel solo 2005 i profitti dei 35 maggiori raggruppamenti sono cresciuti del 71,6% a quota 26 miliardi di euro.
Gli utili dei gruppi dell’energia, grazie all’impennata del prezzo del petrolio, sono aumentati del 49%, quelli dei servizi del 22% e quelli industriali del 72%. Per le banche gli utili sono cresciuti del 52%, per le assicurazioni del 21% (fonte Mediobanca).
Tenaris, produttore e fornitore di tubi per l’industria energetica, automobilistica e meccanica, ha messo a segno nel 2005 una crescita dell’utile del 152%. I due principali gruppi autostradali, controllati da Benetton e Gavio hanno avuto un rapporto utile corrente/fatturato pari al 51,7%, Snam (47,8%), Terna (42,1%), Mediaset (31,5%), Fininvest (126,9%) Erg (50,8%), Valentino (89,1%), Safilo (86,4%) e Bulgari (86,3%).
Nei giorni immediatamente precedenti all’inizio della crisi, mentre crescevano i profitti restavano al palo ricerca e sviluppo. I dati sulle spese in ricerca e sviluppo in percentuale rispetto al fatturato dei maggiori 50 gruppi italiani, in questo periodo, mettono in evidenza dati risibili. Spiccano solo due raggruppamenti per investimenti cospicui, l’italo-francese Stm (18,3%) e Finmeccanica (15,9%), peraltro industria di Stato. Al terzo posto, molto dietro, Pirelli e Piaggio che però con il 3,8% sono più vicini al quarto classificato (Fiat con il 3,3%). In Italia, solo Stm e Finmeccanica, una impresa francese ed un’altra pubblica, nel 2005 hanno ulteriormente aumentato i loro investimenti in ricerca e sviluppo (dal 17,5 al 18,3% la prima e dal 15,6% al 15,9% la seconda) tutti gli altri invece hanno addirittura ridotto gli investimenti: Pirelli ha ridotto la spesa dal 4,3% del 2004 al 3,8% del 2005, per Piaggio è leggermente cresciuta dal 3,6% al 3,8%; Fiat è passata dal 3,9% al 3,3%, Valentino Fashion Group dal 2,5 al 2,7%, CNH Global dal 2,3% al 2,5% e Sogefi dal 2,3% al 2,2 per cento.
Questo solo per quanto riguarda i grandi gruppi industriali, senza parlare dei singoli imprenditori e liberi professionisti.
Come è stato rispettato l’accordo di Luglio per quanto riguarda i salari e la contrattazione e come sia stata ridistribuita la ricchezza, in modo equo, alla Monti, nell’era della concertazione lo abbiamo visto.
Ma, ricordate, il protocollo prevedeva una politica fiscale che si impegnava da una parte a non gravare sul lavoro dipendente e dall’altra alla lotta all’evasione.
Pausa.
Piangete o ridete a seconda del vostro stato d’animo. Asciugate le lacrime.
Ricominciamo.
Fisco e profitti si mangiano il salario di operai e impiegati.
In 15 anni i lavoratori dipendenti hanno lasciato al fisco 6.738 euro. Dal 1993 al 2008 le retribuzioni nette sono cresciute meno di quelle lorde. Salari netti: +43,3% per i single e +44,0% per il lavoratore con carichi familiari. Lordi: +47,5%. Ben 4,2 punti finiti in tasse (dati Istat).
I salari sono rimasti fermi mentre i prezzi aumentavano: l’inflazione è cresciuta del 41,6%, le retribuzioni contrattuali del 41,1%.
Prima causa della crisi è la mancata redistribuzione sui redditi della ricchezza prodotta dal lavoro. I profitti netti delle grandi imprese sono cresciuti del 89,5% dal 1993 al 2006 contro un aumento dei salari di appena il 4,8% (dati Istat).
L’aumento di produttività è finito in accumulazione di profitti. L’aumento di produttività (+16,7%) non è andato in salari ma in profitti delle imprese che si sono anche viste abbassare le tasse sui redditi da capitale (12,5%), incentivando investimenti speculativi a danno di quelli produttivi. Quindi, al palo i salari, ferma l’occupazione nonostante la flessibilità sempre più spinta, con la delocalizzazione attività produttive, i lavoratori d’occidente si sono sempre più indebitati.
La caduta del potere d’acquisto e della ricchezza dei lavoratori hanno determinato la riduzione della spesa delle famiglie che sempre più ricorrono alle carte di credito e all’indebitamento. In media una famiglia di lavoratori dipendenti accumula circa 15.900 euro annui di debiti. Il rapporto tra debito (mutui, credito al consumo, ecc.) e reddito delle famiglie ha raggiunto il 50% (17 punti in più dal 2001al 2008).
Ancora, secondo l’Ocse, a contribuire in maniera determinante all’aumento delle disuguaglianze è stato l’aumento dei redditi da lavoro autonomo.
Infatti, l’OCSE afferma che, tra i Paesi industrializzati, l’Italia è fra quelli con la maggiore disuguaglianza dei redditi e questo divario tra ricchi e poveri è andato aumentando negli ultimi decenni. Tra i 34 Paesi aderenti all’Ocse, siamo all’ottavo posto per il divario dei redditi tra le persone in età lavorativa ed il quinto classificato fra quelli per cui il distacco è aumentato più velocemente tra la metà degli anni 80 e la fine degli anni 2000. Nell’ultimo rapporto dell’organizzazione su crisi e divario sociale, viene rilevato che lo stipendio medio del 10% più ricco è oltre 10 volte superiore a quello del 10% più povero (49.300 euro contro 4.877), mentre la quota di reddito nazionale complessivo in mano all’’1% più ricco della popolazione è passata dal 7 al 10% in 20 anni.
Si è ridotta anche la mobilità sociale per matrimonio, le persone si sposano di più con altre affini per reddito e posizione sociale, con il rischio, secondo il “Corriere della Sera” di scoprire le «caste», secondo noi di scoprire che esistono ancora le «classi». Il matrimonio favorisce la «polarizzazione del reddito, contribuendo a un terzo dell’aumento della disuguaglianza di reddito da lavoro tra le famiglie».
La disuguaglianza, all’origine della crisi, investe soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati. Nella crisi le disuguaglianze aumentano: 13,6 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese. Circa 6,9 milioni ne guadagnano meno di 1.000, di cui oltre il 60% sono donne. Infine, oltre 7,5 milioni dei lavoratori in pensione guadagna meno di mille euro netti mensili.
Dal 2002 al 2008 l’inflazione è aumentata del 17,6%, i salari di operai e impiegati del 18,8%, la retribuzione di un dirigente privato del 25,5%. Ancora peggio: con il compenso dei primi 100 Top manager, quelli responsabili della crisi, si pagano i salari di 10.000 lavoratori.
Dal 2002 al 2008 le famiglie di operai perdono circa 1.599 euro e quelle degli impiegati 1.681 euro, mentre professionisti e imprenditori guadagnano 9.143 euro. Inoltre, le retribuzioni di fatto dal 2002 al 2008 hanno accumulato una perdita del potere d’acquisto pari a 2.467 euro di cui circa 1.182 euro di mancata restituzione del fiscal drag (dati Istat).
Ma non si tratta soltanto di un aumento della pressione fiscale sul lavoro dipendente. L’altro aspetto riguardava la lotta all’evasione. E quindi, mentre agli inizi degli anni ’80 l’evasione fiscale era valutata in circa 28 mila miliardi di lire, pari al 7-8% del PIL, oggi, quel rapporto è salito a circa il 16,3% e il 17,5%, qualcosa come 255 – 275 miliardi di euro. Riconvertendo 28 mila miliardi di lire del 1981 in valuta corrente nel 2011, abbiamo 54 miliardi di euro. In trent’anni l’evasione è moltiplicata per 5. E si parla di una cifra che si è accumulata anno per anno e mai recuperata e di molto, e molto superiore ad ogni manovra finanziaria mai fatta.
E nel frattempo per onorare gli impegni firmati, in tavoli ben più nobili del salotto di Bruno Vespa, i governi che si sono succeduti cosa hanno fatto?
Sempre secondo l’Istat, dal 1980 al 2010 grazie ai diversi condoni e sanatorie lo stato ha incassato 62,5 miliardi di euro, circa 2 miliardi l’anno (il 4% dell’evasione del 1980, lo 0,8% di quella del 2010, ovviamente spalmando sui trent’anni questa cifra). Il massimo incassato in un solo anno si è avuto nel 2003 con 17,6 miliardi di euro.
Il primo condono della serie storica è del governo Spadolini nel 1982, con un incasso di 3,3 miliardi di euro. Poi è stato il turno di Andreotti nel 1991, 9,4 miliardi in due anni. Nel 1995 il governo Dini, più originale, ha proposto una sanatoria per 6,9 miliardi di incasso. Berlusconi, abbonato ai condoni, ha prodotto il condono tombale nel 2003, poi il primo scudo fiscale (2004) per 2,1 miliardi e 5,7 miliardi per il secondo del 2009.
Questo per le imposte, ma non si condonano soltanto i capitali, la fantasia non ha limite. Di condoni edilizi si sono persi i numeri, ma hanno fornito un gettito tutto sommato limitato, per un totale di 4,6 miliardi. Da altre sanatorie sono arrivati i restanti soldi, In particolare la regolarizzazione dei ritardati e omessi versamenti delle imposte ha portato 264 milioni di euro dal 1997 al 2002 mentre dalle sanatorie degli anni pregressi delle imposte dirette, indirette e dall’accertamento con adesione sono arrivati complessivamente 27 miliardi in trent’anni per fare poi il totale di 62,5 miliardi.
In definitiva ben tre condoni tombali in 25 anni e tre diversi scudi fiscali che hanno permesso di regolarizzare con un tozzo di pane miliardi di euro esportati illegalmente. Insieme ad una serie di invenzioni fantasiose per dare la caccia agli evasori. Nel 1982 l’evasione fu dichiarata reato, ma poi Berlusconi ha sanato anche questa ingiustizia. Poi è stato introdotto il redditometro, l’ Indicatore di situazione economica equivalente Isee, gli studi di settore, fino alla tracciabilità delle transazioni finanziarie introdotta da Visco, che per questo si è pure giocato il posto di parlamentare nel PD, ma cancellata dal solito giullare.
Si tratta solo di freddi numeri che non possono commuovere nessuno sensibile ministro di un governo che non ha avuto molto tempo per varare una manovra diversa. Ma se per avere un sensibile risparmio dalle pensioni, sensibile per le casse dello stato, ci vogliono anni, allora il tempo c’era. Ma del resto, volete mettere quanto arricchisca l’Italia un motociclista dottore ad honorem o un cantante lirico in immagine e cultura? Molto più di quanto potrebbe dare al paese in tasse evase, o distratte.
Tra l’altro, ancora l’Ocse, rispetto alle politiche fiscali, osserva che «la quota crescente di reddito per la popolazione con le retribuzioni più elevate suggerisce che la sua capacità contributiva è aumentata. In tale contesto, le autorità potrebbero riesaminare il ruolo redistributivo della fiscalità, onde assicurare che i soggetti più abbienti contribuiscano in giusta misura al pagamento degli oneri».
Ma concludiamo, anche perché vi ho annoiato abbastanza, con il rapporto che il Procuratore Generale della Corte dei Conti, probabilmente una toga rossa, ha presentato all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2011 affermando che nel 2010 la corruzione è aumentata del 30,22 per cento rispetto all’anno precedente e che, si calcola, che pesi per circa 60 miliardi di euro l’anno sulle casse dello stato. Pari a tutte e tre o quattro, ho perso il conto, le manovre economiche partorite quest’anno.
Quindi, anche con il pepe al culo (scusate ma c’è qualcosa che è più volgare delle parolacce) che millanta di avere Monti, un’altra manovra è possibile. E non solo, ci sono i margini, sia nel pubblico che nel privato, per rivedere al rialzo i salari e, chissà, che non ci guadagni l’intera economia.
Anche perché sorge spontanea una domanda, un’altra? Si un’altra. Ma tutti sti soldi dove sono andati a finire?
E non vi ho parlato del fatturato della mafia e del resto della criminalità organizzata.