La democrazia non è in pericolo

Oggi il Manifesto è in liquidazione coatta. Liberazione ha già sospeso le pubblicazioni. Ma non c’è pericolo per la democrazia.

Il governo è commissariato dall’Unione Europea. La Commissione Europea non è eletta da nessuno. Ma non c’è pericolo per la democrazia.

Il bipolarismo con il pensiero unico è una questione di stile. Non si sente una voce alternativa. Ma non c’è pericolo per la democrazia.

La stampa, la TV sono sotto il controllo di un ristretto gruppo di editori e banche. Ogni finanziamento alla stampa libera è abolito. Ma non c’è pericolo per la democrazia.

Il sindacato che non firma accordi che non condivide non può partecipare più alle contrattazioni, non può avere rappresentanti in azienda. Ma neanche questo è un pericolo per la democrazia.

Anche il finanziamento pubblico ai partiti va abolito perchè è immorale. Come è immorale disturbare il pensiero unico, il banchiere o l’industriale. Ma ancor la democrazia non è in pericolo.

Senza la legge sul finanziamento pubblico dei partiti non ci sarebbe stata mani pulite perchè non ci sarebbe stato il reato.

Dopo una vita di lavoro non hai diritto ad andare in pensione, perchè devi vivere per lavorare e devi campare per vivere. La qualità della democrazia non si misura nella sua libertà ma nella capacità dei suoi membri di consumare. Non siamo cittadini ma consumatori. Ma questo che c’entra con la democrazia?

Se fai una causa di lavoro ci vogliono 8 anni in media per arrivare a giudizio. Allora è meglio la flessibilità. E’ questa la democrazia?

Gli organi di informazione, deformano, nascondono, ignorano le notizie, le forniscono parzialmente e di parte: è il diritto all’informazione e di espressione. Esprimiti pure tanto per me non esisti. Ma, niente paura per la democrazia.

Una banca può decidere che tua hai vissuto al di sopra delle tue possibilità e che, quindi, occorre tagliare, tagliare tutto. Tutto ciò è democratico.

Un agenzia di rating può giudicare che i bond Argentini sono oro e che lo stato sociale merita una B nel rating dello stato. E’ la democrazia baby!

E hai anche la faccia tosta di voler lavorare vicino a Mamma. Ma a mamma hanno tagliato la pensione e io sono precario, così ci aiutiamo a vicenda. Sfigato e antidemocratico.

Ma mamma è professoressa all’università e papà fa il giornalista. Com’è democratico tutto questo, hai la possibilità di scegliere tra due lavori sicuri.

O si aumenta lo stipendio o si accorcia il mese

Correva l’anno 1992, il 31 luglio, in piena estate, governo e parti sociali firmavano il protocollo per la “Politica dei redditi, lotta all’inflazione e costo del lavoro”, passato alla storia come l’accordo di luglio: “In una situazione economica e finanziaria che rischia di aggravarsi ulteriormente, accentuando elementi già forti di debolezza e di instabilità, il Governo ritiene essenziali una immediata azione di freno dell’inflazione e una significativa riduzione del disavanzo statale”. L’obiettivo dichiarato era quello di rispettare i famosi parametri di Maastricht e rilanciare lo sviluppo.

In nome del risanamento si avviava una politica dei redditi e di contenimento del costo del lavoro che prevedeva l’aggancio delle retribuzioni all’inflazione programmata attraverso la contrattazione, eliminando ogni forma di indicizzazione dei salari, leggi adeguamento automatico all’inflazione reale o scala mobile che dir si voglia, e con l’introduzione delle prime forme di flessibilità del mercato del lavoro per adeguarsi all’Europa e favorire l’occupazione giovanile (sic!). In cambio il governo si impegnava alla lotta all’evasione ed elusione fiscale e a non aumentare le tasse sui redditi da lavoro dipendente. Era l’inizio dell’era della concertazione tra le parti sociali e la fine del conflitto sociale.

Ma, invece, in questi 19 anni cosa è successo?

È successo prima di tutto che inflazione e tasse si sono mangiate buona parte del reddito dei lavoratori dipendenti e che la contrattazione non è riuscita a difendere il potere di acquisto delle famiglie italiane.

Le retribuzioni nell’era della concertazione, dal 1992 ad oggi, sono diminuite di sei punti percentuali sul Pil, e sono calate dello 0,4%, rivalutate all’inflazione, rispetto a quello che erano nel 1992. Solo nel corso del 2007 il potere d’acquisto è diminuito dello 0,9%.  Nello stesso tempo la produttività è cresciuta di un tasso medio annuo superiore dell’1,1% all’aumento delle retribuzioni (del 16,7% dal 2003 al 2006). In questi anni, si è lavorato di più e guadagnato di meno  (fonte IRES-CGIL).

Le retribuzioni sono cresciute meno della produttività e l’obiettivo principale della contrattazione è di legare gli aumenti salariali all’aumento dell’orario di lavoro, della flessibilità e della produttività slegandola dalla difesa del potere d’acquisto. Anche perché gli aumenti salariali restano legati all’inflazione programmata piuttosto che a quella reale impedendo il recupero sul costo della vita e la perdita di potere d’acquisto. Infatti, le retribuzioni contrattuali sono cresciute a un tasso più basso dell’inflazione, soprattutto a causa dello scostamento tra inflazione programmata e reale.

In generale il potere d’acquisto delle famiglie dei lavoratori dipendenti è diminuito, mentre sono aumentati i profitti e i guadagni dei lavoratori autonomi e delle imprese.


Cosa è accaduto al potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti?

Sfogliando i dati di Federconsumatori dal 2002 al2007, in6 anni i prezzi e le tariffe hanno subito rincari per 7.635 € per ognuna delle 18 milioni di famiglie di lavoratori dipendenti.

Se Federconsumatori fosse ritenuta di parte, aggiungiamo un commento della Banca d’Italia che in una ricerca del 2008 (e attenzione non siamo ancora in periodo di crisi a quella data) afferma: “Tra il 2000 e il 2006 i redditi delle famiglie (con capofamiglia dipendente) sono rimasti in termini reali sostanzialmente stabili, con un incremento dello 0,3% (media tra due periodi, 2000-2004 e il 2004-2006. Vale a dire, nel periodo 2004-2006 i redditi di queste famiglie hanno mostrato un incremento pari al 4,3% e tale miglior andamento “compensa soltanto in parte la riduzione osservata fra il 2000 e il 2004, mentre le famiglie dei lavoratori autonomi, hanno avuto incrementi del 13,1%”.

Questo mentre l’aumento di produttività si è tradotto in aumento di profitti per l’impresa. Dal 1993 al 2006 i profitti nelle grandi imprese sono cresciuti del 89.5%, del 15% nelle altre industrie, mentre i salari sono aumentati solo del 4,8% (ISTAT).

Il reddito prodotto dal lavoro dipendente, non solo non è andato ai lavoratori, ma non è stato neppure investito in ricerca e sviluppo. Infatti, nel solo 2005 i profitti dei 35 maggiori raggruppamenti sono cresciuti del 71,6% a quota 26 miliardi di euro.

Gli utili dei gruppi dell’energia, grazie all’impennata del prezzo del petrolio, sono aumentati del 49%, quelli dei servizi del 22% e quelli industriali del 72%. Per le banche gli utili sono cresciuti del 52%, per le assicurazioni del 21% (fonte Mediobanca).

Tenaris, produttore e fornitore di tubi per l’industria energetica, automobilistica e meccanica, ha messo a segno nel 2005 una crescita dell’utile del 152%. I due principali gruppi autostradali, controllati da Benetton e Gavio hanno avuto un rapporto utile corrente/fatturato pari al 51,7%, Snam (47,8%), Terna (42,1%), Mediaset (31,5%), Fininvest (126,9%) Erg (50,8%), Valentino (89,1%), Safilo (86,4%) e Bulgari (86,3%).

Nei giorni immediatamente precedenti all’inizio della crisi, mentre crescevano i profitti restavano al palo ricerca e sviluppo. I dati sulle spese in ricerca e sviluppo in percentuale rispetto al fatturato dei maggiori 50 gruppi italiani, in questo periodo, mettono in evidenza dati risibili. Spiccano solo due raggruppamenti per investimenti cospicui, l’italo-francese Stm (18,3%) e Finmeccanica (15,9%), peraltro industria di Stato. Al terzo posto, molto dietro, Pirelli e Piaggio che però con il 3,8% sono più vicini al quarto classificato (Fiat con il 3,3%). In Italia, solo Stm e Finmeccanica, una impresa francese ed un’altra pubblica, nel 2005 hanno ulteriormente aumentato i loro investimenti in ricerca e sviluppo (dal 17,5 al 18,3% la prima e dal 15,6% al 15,9% la seconda) tutti gli altri invece hanno addirittura ridotto gli investimenti: Pirelli ha ridotto la spesa dal 4,3% del 2004 al 3,8% del 2005, per Piaggio è leggermente cresciuta dal 3,6% al 3,8%; Fiat è passata dal 3,9% al 3,3%, Valentino Fashion Group dal 2,5 al 2,7%, CNH Global dal 2,3% al 2,5% e Sogefi dal 2,3% al 2,2 per cento.

Questo solo per quanto riguarda i grandi gruppi industriali, senza parlare dei singoli imprenditori e liberi professionisti.

Come è stato rispettato l’accordo di Luglio per quanto riguarda i salari e la contrattazione e come sia stata ridistribuita la ricchezza, in modo equo, alla Monti, nell’era della concertazione lo abbiamo visto.

Ma, ricordate, il protocollo prevedeva una politica fiscale che si impegnava da una parte a non gravare sul lavoro dipendente e dall’altra alla lotta all’evasione.

Pausa.

Piangete o ridete a seconda del vostro stato d’animo. Asciugate le lacrime.

Ricominciamo.

Fisco e profitti si mangiano il salario di operai e impiegati.

In 15 anni i lavoratori dipendenti hanno lasciato al fisco 6.738 euro. Dal 1993 al 2008 le retribuzioni nette sono cresciute meno di quelle lorde. Salari netti: +43,3% per i single e +44,0% per il lavoratore con carichi familiari. Lordi: +47,5%. Ben 4,2 punti finiti in tasse (dati Istat).

I salari sono rimasti fermi mentre i prezzi aumentavano: l’inflazione è cresciuta del 41,6%, le retribuzioni contrattuali del 41,1%.

Prima causa della crisi è la mancata redistribuzione sui redditi della ricchezza prodotta dal lavoro. I profitti netti delle grandi imprese sono cresciuti del 89,5% dal 1993 al 2006 contro un aumento dei salari di appena il 4,8% (dati Istat).

L’aumento di produttività è finito in accumulazione di profitti. L’aumento di produttività (+16,7%) non è andato in salari ma in profitti delle imprese che si sono anche viste abbassare le tasse sui redditi da capitale (12,5%), incentivando investimenti speculativi a danno di quelli produttivi. Quindi, al palo i salari, ferma l’occupazione nonostante la flessibilità sempre più spinta, con la delocalizzazione attività produttive, i lavoratori d’occidente si sono sempre più indebitati.

La caduta del potere d’acquisto e della ricchezza dei lavoratori hanno determinato la riduzione della spesa delle famiglie che sempre più ricorrono alle carte di credito e all’indebitamento. In media una famiglia di lavoratori dipendenti accumula circa 15.900 euro annui di debiti. Il rapporto tra debito (mutui, credito al consumo, ecc.) e reddito delle famiglie ha raggiunto il 50% (17 punti in più dal 2001al 2008).

Ancora, secondo l’Ocse, a contribuire in maniera determinante all’aumento delle disuguaglianze è stato l’aumento dei redditi da lavoro autonomo.

Infatti, l’OCSE afferma che, tra i Paesi industrializzati, l’Italia è fra quelli con la maggiore disuguaglianza dei redditi e questo divario tra ricchi e poveri è andato aumentando negli ultimi decenni. Tra i 34 Paesi aderenti all’Ocse, siamo all’ottavo posto per il divario dei redditi tra le persone in età lavorativa ed il quinto classificato fra quelli per cui il distacco è aumentato più velocemente tra la metà degli anni 80 e la fine degli anni 2000. Nell’ultimo rapporto dell’organizzazione su crisi e divario sociale, viene rilevato che lo stipendio medio del 10% più ricco è oltre 10 volte superiore a quello del 10% più povero (49.300 euro contro 4.877), mentre la quota di reddito nazionale complessivo in mano all’’1% più ricco della popolazione è passata dal 7 al 10% in 20 anni.

Si è ridotta anche la mobilità sociale per matrimonio, le persone si sposano di più con altre affini per reddito e posizione sociale, con il rischio, secondo il “Corriere della Sera” di scoprire le «caste», secondo noi di scoprire che esistono ancora le «classi». Il matrimonio favorisce la «polarizzazione del reddito, contribuendo a un terzo dell’aumento della disuguaglianza di reddito da lavoro tra le famiglie».

La disuguaglianza, all’origine della crisi, investe soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati. Nella crisi le disuguaglianze aumentano: 13,6 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1.300 euro netti al mese. Circa 6,9 milioni ne guadagnano meno di 1.000, di cui oltre il 60% sono donne. Infine, oltre 7,5 milioni dei lavoratori in pensione guadagna meno di mille euro netti mensili.

Dal 2002 al 2008 l’inflazione è aumentata del 17,6%, i salari di operai e impiegati del 18,8%, la retribuzione di un dirigente privato del 25,5%. Ancora peggio: con il compenso dei primi 100 Top manager, quelli responsabili della crisi, si pagano i salari di 10.000 lavoratori.

Dal 2002 al 2008 le famiglie di operai perdono circa 1.599 euro e quelle degli impiegati 1.681 euro, mentre professionisti e imprenditori guadagnano 9.143 euro. Inoltre, le retribuzioni di fatto dal 2002 al 2008 hanno accumulato una perdita del potere d’acquisto pari a 2.467 euro di cui circa 1.182 euro di mancata restituzione del fiscal drag (dati Istat).

Ma non si tratta soltanto di un aumento della pressione fiscale sul lavoro dipendente. L’altro aspetto riguardava la lotta all’evasione. E quindi, mentre agli inizi degli anni ’80 l’evasione fiscale era valutata in circa 28 mila miliardi di lire, pari al 7-8% del PIL, oggi, quel rapporto è salito a circa il 16,3% e il 17,5%, qualcosa come 255 – 275 miliardi di euro. Riconvertendo 28 mila miliardi di lire del 1981 in valuta corrente nel 2011, abbiamo 54 miliardi di euro. In trent’anni l’evasione è moltiplicata per 5. E si parla di una cifra che si è accumulata anno per anno e mai recuperata e di molto, e molto superiore ad ogni manovra finanziaria mai fatta.

E nel frattempo per onorare gli impegni firmati, in tavoli ben più nobili del salotto di Bruno Vespa, i governi che si sono succeduti cosa hanno fatto?

Sempre secondo l’Istat, dal 1980 al 2010 grazie ai diversi condoni e sanatorie lo stato ha incassato 62,5 miliardi di euro, circa 2 miliardi l’anno (il 4% dell’evasione del 1980, lo 0,8% di quella del 2010, ovviamente spalmando sui trent’anni questa cifra). Il massimo incassato in un solo anno si è avuto nel 2003 con 17,6 miliardi di euro.

Il primo condono della serie storica è del governo Spadolini nel 1982, con un incasso di 3,3 miliardi di euro. Poi è stato il turno di Andreotti nel 1991, 9,4 miliardi in due anni. Nel 1995 il governo Dini, più originale, ha proposto una sanatoria per 6,9 miliardi di incasso. Berlusconi, abbonato ai condoni, ha prodotto il condono tombale nel 2003, poi il primo scudo fiscale (2004) per 2,1 miliardi e 5,7 miliardi per il secondo del 2009.

Questo per le imposte, ma non si condonano soltanto i capitali, la fantasia non ha limite. Di condoni edilizi si sono persi i numeri, ma hanno fornito un gettito tutto sommato limitato, per un totale di 4,6 miliardi. Da altre sanatorie sono arrivati i restanti soldi, In particolare la regolarizzazione dei ritardati e omessi versamenti delle imposte ha portato 264 milioni di euro dal 1997 al 2002 mentre dalle sanatorie degli anni pregressi delle imposte dirette, indirette e dall’accertamento con adesione sono arrivati complessivamente 27 miliardi in trent’anni per fare poi il totale di 62,5 miliardi.

In definitiva ben tre condoni tombali in 25 anni e tre diversi scudi fiscali che hanno permesso di regolarizzare con un tozzo di pane miliardi di euro esportati illegalmente. Insieme ad una serie di invenzioni fantasiose per dare la caccia agli evasori. Nel 1982 l’evasione fu dichiarata reato, ma poi Berlusconi ha sanato anche questa ingiustizia. Poi è stato introdotto il redditometro, l’ Indicatore di situazione economica equivalente Isee, gli studi di settore, fino alla tracciabilità delle transazioni finanziarie introdotta da Visco, che per questo si è pure giocato il posto di parlamentare nel PD, ma cancellata dal solito giullare.

Si tratta solo di freddi numeri che non possono commuovere nessuno sensibile ministro di un governo che non ha avuto molto tempo per varare una manovra diversa. Ma se per avere un sensibile risparmio dalle pensioni, sensibile per le casse dello stato, ci vogliono anni, allora il tempo c’era. Ma del resto, volete mettere quanto arricchisca l’Italia un motociclista dottore ad honorem o un cantante lirico in immagine e cultura? Molto più di quanto potrebbe dare al paese in tasse evase, o distratte.

Tra l’altro, ancora l’Ocse, rispetto alle politiche fiscali, osserva che «la quota crescente di reddito per la popolazione con le retribuzioni più elevate suggerisce che la sua capacità contributiva è aumentata. In tale contesto, le autorità potrebbero riesaminare il ruolo redistributivo della fiscalità, onde assicurare che i soggetti più abbienti contribuiscano in giusta misura al pagamento degli oneri».

Ma concludiamo, anche perché vi ho annoiato abbastanza, con il rapporto che il Procuratore Generale della Corte dei Conti, probabilmente una toga rossa, ha presentato all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2011 affermando che nel 2010 la corruzione è aumentata del 30,22 per cento rispetto all’anno precedente e che, si calcola, che pesi per circa 60 miliardi di euro l’anno sulle casse dello stato. Pari a tutte e tre o quattro, ho perso il conto, le manovre economiche partorite quest’anno.

Quindi, anche con il pepe al culo (scusate ma c’è qualcosa che è più volgare delle parolacce) che millanta di avere Monti, un’altra manovra è possibile. E non solo, ci sono i margini, sia nel pubblico che nel privato, per rivedere al rialzo i salari e, chissà, che non ci guadagni l’intera economia.

Anche perché sorge spontanea una domanda, un’altra? Si un’altra. Ma tutti sti soldi dove sono andati a finire?

E non vi ho parlato del fatturato della mafia e del resto della criminalità organizzata.

E’ il libero mercato baby!

A quanto pare, alcuni sindaci che hanno chiesto l’intervento dell’esercito per spalare la neve, si sono visti presentare un regolare preventivo, per uso di manodopera e mezzi, più vitto e alloggio.

Più fortunati gli amministratori dei comuni sede di una caserma. Non hanno dovuto pagare vitto e alloggio.

Certo sono finiti i tempi in cui i nostri eroi intervenivano per alluvioni, terremoti, incendi, valanghe e compagnia bella. Oggi la loro missione e sui gloriosi campi di battaglia in Iran, Afganistan e Libano. Là dove la difesa dell’umanità oppressa lo chieda.

Una volta con il servizio di leva, ai primi fiocchi di neve, sarebbero usciti dalle caserme con pale e buldozer. Ora prima paghi e poi, quando la neve ha già raggiunto il primo piano, se ci riesco ti mando i soldati. Ma i poveri sindaci, a parte le proprie incapacità, o i complotti (ovviamente), alle prese con il patto di stabilità e con i tagli ai trasferimenti dallo Stato centrale, devono cacciare pure i soldi di tasca propria. Dei propri cittadini.

Tanto vale privatizzare l’esercito, tanto in tema di liberalizzazione. E non sarebbe la prima volta, di eserciti mercenari ne è piena la storia.

Ma è questo che poi alla fine prevedono le liberalizzazioni dei servizi pubblici. Lì dove non arriva il privato, forse un giorno arriverà il servizio pubblico. L’importante è che i profitti siano privati e i costi pubblici.

Fatela finita

Fatela finita di chiamarlo governo tecnico.

Prima di tutto perchè nessun governo è tecnico ma è sempre politico. Poi perchè è ora di finirla di prendere per i fondelli i cittadini spacciando per super partes un governo che rappresenta, non solo una precisa classe sociale, ma all’interno di essa precisi interessi economici.

E le due manovre sedicenti “salva” e “parti” Italia lo dimostrano.

Colpiscono il lavoro dipendente e i piccoli commercianti.

Abbiamo già parlato della manovra Monti 1. La monti due sulle liberalizzazioni dovrebbe rilanciare l’economia. E come?

Facilitare l’accesso alle professioni, ridurre la burocrazia, togliendo i lacciuli delle regole, ecc. ecc. ecc..

Ma gli unici provvedimenti che avrebbero portato effettivi benefici ai cittadini, pardon, ai consumatori, su benzinai (possibilità di acquistare benzina No Logo), obbligo di presentare preventivi e di dichiarare tempi certi per i liberi professionisti sono stati eliminati. Questo era fumo negli occhi ovviamente.

Per i commercianti ad esempio c’è stata la liberalizzazione degli orari. E chi favorisce? i piccoli commercianti o la grande distribuzione? Per voi sarebbe più facile raggiungere un centro commerciale per fare le spese di notte (se proprio necessario) o cercare in giro per la città un negozio aperto. E come possono fare i piccoli esercizi ad aprire H24 il proprio negozio se sono già strozzati dalla crisi. Si potrebbe dire che questa manovra è per il futuro.

Ma torniamo ai benzinai. I piccoli non possono riscattare l’esercizio che gestiscono o non possono acquistare carburanti sul mercato ad un prezzo più conveniente ma hanno l’obbligo di prenderlo solo dal gruppo proprietario del distributore. Una deroga sulle proprietà, indovinate per chi? I centri commerciali. Questo, secondo qualche faccia tosta, favorirebbe i consumatori perchè gli altri distributori vicini, per le leggi del mercato, abbasseranno i prezzi. Ma a chi volete prendere per il …, pardon in giro! Avete mai visto un centro commerciale al centro di Roma, Milano, Torino, Napoli. No, sono sul Raccordo Anulare, sulla Tangenziale ecc. E quindi quasi costa di più raggiungerli che quello che si risparmi facendo il pieno in questi distributori.

Le altre liberalizzazioni sono privatizzazioni. Sono state affogate nel decreto liberalizzazioni, perchè la radice libero è più presentabile del termine privato. Che qualcuno potrebbe confondere per il participio passato di privare e non con un aggettivo.

E le privatizzazioni riguardano i servizi pubblici locali. Quindi si priva il cittadino della proprietà di servizi fondamentali, dandola poi alle imprese. Compresa l’acqua. In barba al referendum.

Nelle intenzioni, spacciate dal governo, ciò dovrebbe favorire il risparmio dei cittadini. E si fa l’esempio dei vantaggi goduti dopo la privatizzazione di banche ed assicurazioni. Ovviamente i benefici goduti sono davanti a tutti.

E per finire, siamo tutti stati tranquillizzati dalle parole di Passera che ci assicurava che aveva eliminato ogni occasione di conflitto di interessi fra la carica di ministro e la sua proprietà di azioni di note banche. E per rassicurarci ancora di più, nel decreto ha fatto inserire una postilla in cui si concede la deroga alle ferrovie private dall’applicare il contratto nazionale. Ma lui non ha più azioni di Intesa San Paolo e quindi non è neanche socio di NTV, la nuova ferrovia di Montezemolo.

Ovviamente, fra la liberalizzazione delle professioni non c’è l’abolizione dell’ordine dei giornalisti. Chissà perchè?

Dogma

Quando vuoi sminuire il pensiero di un altro spesso gli dice che è un dogmatico. Ancora puoi aggiungere che vive nel passato meglio specificando che le sue idee sono un retaggio, per dire eredità.

In questo modo vuoi sottolineare che lui è rigido nei suoi pensieri che, tra l’altro, sanno di muffa.

E’ ovvio che coloro che difendono la dignità del lavoro, ieri il diritto alla pensione, oggi l’articolo 18, quindi, appartengano a questa categoria di vecchi baccalà. Nel senso di rigidi.

I sacerdoti del pensiero unico, che nulla hanno a che fare con la politica e con la crisi, possono perciò trovare i veri colpevoli della catastrofe economica in quelli che si sono sempre opposti alle politiche liberiste.

Il loro era un dogma. I professori che oggi sono al governo, invece nelle università dove hanno insegnato, nelle banche che hanno diretto, nelle authority che gestivano, hanno sempre avuto al centro l’interesse del paese. E quale è questo interesse supremo? La libertà, ovviamente. Intesa come libertà dal bisogno? No, certo. E’ la libertà di mercato.

Il liberismo è assurto a religione unica, di Stato. Ma non è un dogma. La finanza ha fatto dei danni è vero, ma la colpa è di quelli che hanno voluto vivere al di sopra delle proprie possibilità.

In fondo sono stati loro a voler comprare i bond (buoni non agenti segreti) Argentini o della Parmalat. Non sono state le banche a proporli. Erano loro risparmiatori che si volevano arrogare il titolo di finanzieri e speculatori, ma poco più che pezzenti con qualche danè da parte. Sono stati i comuni e gli enti locali che, per pagare i servizi pubblici di questi insaziabili pezzenti, hanno acquistato derivati e accresciuto il debito pubblico ad inguaiare il paese. Non sono colpevoli le banche e tantomeno Banca Intesa che invece produce solo disinteressati filantropi.

Ma finalmente a spazzare via il dogma lo Stato siamo noi, i servizi pubblici sono beni dei cittadini, il dogma stesso cittadini, ci pensano dei liberi pensatori. Anzi dei pensatori liberisti.

Si sa il liberismo non è un dogma. Non è un pensioro politico e non produce politiche, ne economiche, ne tantomeno sociali. Che sarà? un modo di vivere.

Più mercato e meno stato, non è un dogma. E non è un retaggio del passato che ha già prodotto molti danni.

Ma per ridare dignità alla politica, questi tecnici che governano senza fare politica, hanno elaborato una nuova formula magica, mai usata prima. Come non era mai stata usata prima la formula dell’aumento delle tasse dirette sui lavoratori dipendenti e l’aumento delle tasse indidrette che colpiscono il lavoro dipendente che non può detrarre.

Liberalizzazione. Liberalizziamo i servizi pubblici, via l’energia, via i trasporti, via l’acqua.

Ma non c’era stato appena in primavera, non è passato un anno, un referendum che diceva che i cittadini vogliono l’acqua pubblica. E quell’espressione andrebbe estesa a tutti i servizi pubblici, che sono parte del benessere di una collettività e come tale sono pagati dalla fiscalità generale. E sono parte del salario dei lavoratori, che già li pagano con le detrazioni a monte dalla busta paga ed in cambio dovrebbero ricevere servizi.

Ma sull’energia non si combattono guerre, basti pensare al petrolio, e dall’accesso alle fonti energetiche dipende la sopravvivenza, non solo delle economia, ma ben più importante del genere umano.

E non viene il sospetto che le ultime scelte delle FS di ridiemensionare i servizi ferroviari serva a preparare la privatizzazione di alcune tratte?

Ovviamente questi sono solo cattivi pensieri di vecchi dogmatici.

Ma cattivo pensiero per cattivo pensiero. Dopo l’aumento dell’età pensionabile che tanto ha fatto piangere la nostra ministra esperta professoressa non politica. Viene un dubbio. Come farà un operaio a 65 anni a lavorare in cantiere o alla catena di montaggio, l’autista a portare l’autobus, il contadino a raccogliere nei campi, il chimico in mezzo ai vapori della fabbrica, il falegname fra seghe e pialle? semplice, quando è arrivato ad esaurimento e non può più lavorare possiamo mandarlo a casa a riposare. E’ un modo più elegante per dire che è licenziato.

In fondo è per una giusta causa.

BOMSA

Boicotta Omsa, Golden Lady, Filodoro, Sisi, Philippe Matignon, Hue NY Legs, Arwa, tutti marchi del gruppo Golden Lady

http://it-it.facebook.com/bomsa.boicottaomsa

Boicotta chi, per profitto, chiude una fabbrica produttiva e all’avanguardia per sfruttare lavoratori con bassi salari e senza diritti. Magari in attesa di poter tornare in Italia quando si metterà mano al mercato del lavoro e ai salari. Presto forse.

Fiat presenta i nuovi modelli: Pomigliano e Mirafiori

Questa volta almeno hanno avuto il buon gusto di non preannunciare una firma a qualsiasi accordo che gli avrebbero messo davanti, ma hanno firmato e basta. Così Uil e, in particolare, Cisl hanno scritto un’altra bella pagina del sindacalismo italiano. A partire dai contenuti economici del contratto che, con la scusa della crisi e del rilancio del settore auto, si sono accettati.
120 ore di straordinario obbligatorio di cui non si capisce il senso in momento di crisi occupazionale e di crisi dell’auto in particolare, e senza conoscere uno straccio di piano industriale del gruppo. Aumento della produttività, attraverso l’aumento dell’orario di lavoro anche con la riduzione di 10 minuti della pausa e con la pausa mensa spostata a fine turno. L’introduzione del modello Brunetta, con il mancato pagamento di almeno 2 giorni di malattia se le assenze complessive superano il 3,5% nello stabilimento.
Ma non è la parte economica del contratto la parte peggiore dell’accordo firmato. Ma la cosa più importante sta nella svendita dei diritti sindacali. Finchè si accetta un contratto economicamente svantaggioso ci può stare come sintomo della debolezza del sindacato in una trattativa. Sta nel gioco dei rapporti di forza non soltanto all’interno di una singola azienda ma anche della società.
E’ l’idea di rapporti sindacali che si istaurano in fabbrica, in cui solo se sei d’accordo con il padrone hai diritto alla rappresentanza, in cui solo se accetti il contratto puoi eleggere delegati, fare assemblee, in cui non si può scioperare contro il contratto firmato. Quindi l’abolizione della democrazia sindacale.
Lo scandalo non è che i padroni lo abbiamo proposto, fanno il loro mestiere. Lo scandalo sta nel fatto che il sindacato abbia firmato, con eccezione di Fiom e sindacati di base.
Basta che un sindacato consenziente firmi, poi un referendum con la pistola alla tempia tipo Pomigliano e Mirafiori e l’accordo passa. E sulla successiva contrattazione non c’è problema i sindacati che non hanno accettato prima sono esclusi. Ma sono esclusi nel frattempo da ogni diritto di rappresentanza.
Bella prova di democrazia. E non stupisce che i “tecnici” ministri pensino già, forse meglio dire ancora, e sai che differenza dal governo precedente, all’abolizione dell’articolo 18.

Ma quando il sindacato accetta sanzioni ai lavoratori, fino al licenziamento se scioperano contro gli accordi che non condividono, quando accetta l’esclusione dalla rappresentanza e dai diritti di chi non firma i contratti, allora il sindacato cessa di essere sindacato dei lavoratori e diventa quello dei padroni.
Frasi fatte. È dovere del sindacato firmare accordi a favore dei lavoratori. Ma è diritto, e qualche volta diventa anche un dovere, non firmarli se non si condividono e se si ritiene che vadano contro gli interessi di tutti i lavoratori non solo i propri iscritti. Ma se si cancella questa possibilità si spuntano prima di tutto le armi, ben poche oramai, che hanno i lavoratori per difendersi oggi e per sperare di progredire nel futuro.
Che Mr Marchionne proponga qualcosa del genere ci si può aspettare, ma che il sindacato accetti no. Che Mr Marchionne non conosca o se ne infischi delle leggi e della Costituzione italiana è noto. Fra l’altro la diffusa illegalità del nostro paese gli ha fatto ben capire che può farlo tranquillamente.
Ma dall’altro lato una parte del sindacato confederale compartecipa alla creazione di una nuova forma di sindacalismo, che non contratta ma che cogestisce l’azienda trasformandosi in controllore del padrone. Controllore delle scelte del padrone, creatore di consenso in queste scelte e che subordina l’occupazione all’adesione al pensiero del padrone. Il messaggio è chiaro se vuoi lavorare devi stare zitto ed obbedire, la fabbrica è trasformata in caserma e il sindacato in sergente dei marine.
Tutto questo, senza un briciolo di piano industriale, senza un nuovo modello di auto, senza un nuovo modello di mobilità. Con la crisi energetica e economica forse si dovrebbe pensare a qualcosa diverso dall’auto e dall’auto a “idrocarburi” per muoversi. Invece Fiat non sa pensarci e anzi chiude gli stabilimenti che producono autobus.
Viene il sospetto che la partita sia solo finanziaria, si giochi sui contratti per ottenere guadagni speculativi. Ma non è solo così. La partita Fiat è anche sociale, apre nuove strade a modelli di relazioni industriali in cui il lavoratore è ridotto di nuovo solamente a merce. Ed il sindacato a mercante.